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Emigrazione italiana: Un secolo e mezzo di emigrazione - storie, successi, speranze
di Antonio Maglio - da www.corriere.com

Sono 3.971.652 gli italiani residenti all'estero. In Europa sono 2.218.044, in Nordamerica 350.958, in Sudamerica 1.186.668, in Oceania 124.733, nell'Africa mediterranea e in Medioriente 29.916, in Sudafrica 49.533, in Asia 11.800. Naturalmente, i nostri connazionali sono molti di piú, ma sono queste le cifre che risultano dai registri consolari. Ed é da esse, le uniche ufficiali finora, che bisogna partire per stabilire quanti sono gli elettori ai quali la legge recentemente varata dal Parlamento italiano consente di esercitare il diritto di voto all'estero.

La differenza tra i numeri reali e quelli virtuali ha una spiegazione: l'iscrizione all'anagrafe consolare non é mai stata in cima ai pensieri degli italiani che vivono fuori del territorio nazionale. In passato non avevano nessun tornaconto a farlo; ora probabilmente lo faranno perché solo cosí potranno votare. Ma non é il voto l'oggetto della presente inchiesta. Esso, semmai, ne é lo scenario perché il lungo viaggio tra Europa, Americhe e Oceania che sta per cominciare ha altri obiettivi: raccontare tra attualitá e storia le nostre comunitá, confrontare i vari tipi di multiculturalismo dei Paesi dove maggiore é la presenza italiana, scoprire quanto essa ne abbia influenzato lo sviluppo. Solo andando alla ricerca degli "altri italiani" si puó capire quanta Italia c'é nel mondo. La Gran Bretagna é la prima tappa per due motivi: perché é stato il primo Paese a darsi una struttura sociale multiculturale e perché é stato tra i primi ad aprire le porte ai nostri connazionali nonostante che certe ferite non si fossero ancora rimarginate. É accaduto subito dopo la guerra, fine degli anni Quaranta, quando si trattó di ricostruire le industrie inglesi danneggiate o distrutte dai bombardamenti. In quello stesso periodo anche altri Paesi europei hanno accolto il massiccio flusso migratorio che partiva dall'Italia, ma non é fuori luogo rilevare che durante la guerra italiani e inglesi avevano combattuto, con ferocia carica di odio ventennale, su fronti opposti e che a guerra finita si sono ritrovati per crescere insieme.

Si individuano quattro grandi fasi: la prima, che va dal 1876 al 1900; la seconda, che é quella compresa tra il 1900 e la prima guerra mondiale; la terza coincide con il periodo tra le due guerre; la quarta, che va dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Sessanta. Le destinazioni sono quasi sempre le stesse: l'Europa, poi il Sudamerica (Argentina e Brasile soprattutto), in un secondo momento gli Stati Uniti. É subito dopo l'ultima guerra che avviene la diversificazione: le tradizionali mete vengono abbandonate perché Stati Uniti e Argentina soprattutto avevano messo in atto rigorose misure per scoraggiare l'ingresso di altri lavoratori stranieri.

Ed é a quel punto che il Canada, il Venezuela e l'Australia entrano negli orizzonti dei nostri emigranti. Pochi dati per dare la dimensione del fenomeno: tra il 1876 (epoca della prima rilevazione ufficiale) e la fine del secolo sono emigrati quasi cinque milioni e mezzo di italiani; la cifra sale a otto milioni e 700mila nel periodo tra il 1901 e il 1915; in vent'anni, tra la fine della seconda guerra mondiale e il 1975, sono partiti altri sette milioni e 400mila.

La sintesi é fornita da un accurato saggio di Antonio Golini e Flavia Amato: dal 1876 al 1988 quasi 27 milioni di persone hanno preso le vie dell'emigrazione. Secondo quanto emerge da una rilevazione del 1994 del Ministero degli Esteri tra emigrati di prima generazione e oriundi (i loro figli, nipoti e pronipoti) ci sono nel mondo 58 milioni 500mila italiani. Nel corso del viaggio tra Europa, America e Australia vedremo in quali condizioni sono partiti, ma cercheremo di capire soprattutto chi sono "gli altri italiani", molti dei quali, in virtú del diritto di voto recentemente riconosciuto, potranno finalmente eleggere loro rappresentanti, ma anche essere eletti, al Parlamento di Roma. C'é dialettica sull'argomento nell'"altra Italia", ma non indifferenza. Ci si aspetta che dall'urna elettorale escano nuove dimensioni culturali: per l'Italia, che dovrá fare i conti con le esigenze, i modi di pensare, le aspettative degli "altri italiani"; per essi, che potranno mettere a fuoco cosa il loro Paese d'origine puó dare e di cosa puó avere bisogno.

Se ne avvantaggeranno tutti, perché il pragmatismo arido del Nuovo e del Nuovissimo Mondo e le dinamiche secolari che hanno fatto grande (e anche piccola, a volte) l'Italia hanno bisogno di camminare insieme. Daranno vita, forse, al nuovo italiano, homo novus senza frontiere che assomiglierá a Leonardo e a George Washington. E sará cittadino, non suddito.

da www.corriere.com


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