31.05.2013 - 18:23 | Editoriale
"Il Vangelo di un utopista": Don Andrea Gallo
di Antonella Leonardi, Marilena Romei
Il "prete di strada", ma anche il "prete scomodo". Queste alcune delle espressioni contrastanti usate per definire il sacerdote genovese Don Andrea Gallo, morto il 22 maggio di quest'anno, all'età di 84 anni.
Scrittore, teologo, cantante (ha preso parte all'ultimo disco dei Cisco, ex Modena City Ramblers), sostenitore di diritti degli omosessuali e dei transgender (ha ricevuto il riconoscimento di "Personaggio Gay dell'Anno" da Gay.it), promotore della liceità delle droghe leggere (ha fumato uno spinello nel 2006), Don Gallo era scomodo alla Chiesa: la sua predicazione irritava una parte dei fedeli e preoccupava i teologi della Curia perché i suoi contenuti erano visti più vicini alla politica che alla religione.
Accusato di non essere prete ma un comunista, Don Andrea chiarì la sua posizione in un libro: "Comunque è vero sono comunista. Non dimentico mai la Bibbia e il Vangelo. E non dimentico mai quello che ha scritto Marx". E ancora: "Sono un cattolico, ma prima di tutto appartengo alla razza umana".
Nel suo entourage, non mancano personalità politiche: nel 2008 aderì idealmente al V2-Day di Beppe Grillo e nel 2012 sostenne la candidatura alle primarie nazionali del centrosinistra di Nichi Vendola.
Tuttavia, c'è anche chi lo ricorda come "un prete che si è scoperto uomo". Un uomo che nella sua vita non si è risparmiato nulla e che, nelle sue appassionate battaglie, ha coinvolto gli amici di sempre: Fabrizio De Andrè, Gino Paoli, Vasco Rossi e Piero Pelù, solo per citarne alcuni.
Sin dall'adolescenza, richiamato da Don Bosco, è innegabile il suo impegno per i giovani. Da subito, impostò un metodo educativo simile a quello di Don Milani, lontano quindi da ogni forma di coercizione. La sua esperienza nel riformatorio minorile di Garaventa, dove l'unico concetto era quello dell'espiazione della pena, ne è un esempio: permetteva ai ragazzi di uscire, di andare al cinema e vivere momenti comuni di autogestione.
"La cosa più importante - diceva - che tutti noi dobbiamo sempre fare nostra è che si continui ad agire perché i poveri contino, abbiano la parola". E, infatti, quando nel 1975 fece nascere la comunità di San Benedetto al Porto compì il suo "miracolo" e creò esattamente quello che voleva: la casa degli ultimi.
Se n'è andato in silenzio, ma la sua vita non è mai stata un silenzio. Anche nell'ultimo tweet, il prete non mancò di ribadire: "Sogno una chiesa non separata dagli altri, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna".








